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Riflessioni di Gabriele Castelnuovo sul Convegno di Genova 31/01/2026

  • politichecentrates
  • 7 feb
  • Tempo di lettura: 6 min

Aggiornamento: 8 feb

Normalmente, i concetti di pregiudizio e stereotipo sono visti come semplici costrutti molto importanti sul piano cognitivo, ma non collegati ad una dimensione esistenziale della persona. Nel convegno organizzato a Genova lo scorso 31/01/2026 dalla nostra associazione Politiche Centrate sulla Persona, abbiamo scelto invece di accostare a questi concetti, quelli di relazione, incontro e differenza.




Ecco, quindi, che tutto ha preso un colore diverso, uno spessore più grande.

L’incontro e la relazione, infatti, sono movimenti fondamentali della vita stessa. Movimenti originari, precedenti a ogni costruzione teorica, che attraversano la natura, l’esperienza soggettiva, le forme della convivenza umana e le istituzioni che nel tempo abbiamo creato per sostenerci.

L’incontro è centrale perché ogni processo di crescita, in natura come nell’essere umano, nasce dall’esposizione all’altro. Nulla cresce restando identico a se stesso. Nulla evolve senza attraversare una perturbazione. La vita, in tutte le sue forme, procede per contatto, per differenza, per attrito. Ogni sviluppo autentico implica l’interruzione di un equilibrio precedente e l’apertura a una riorganizzazione nuova, mai completamente prevedibile.

La creatività — biologica, psichica, culturale — non nasce dalla ripetizione, ma dall’imprevisto. È sempre risposta a qualcosa che eccede. È nel punto di tensione tra ciò che siamo e ciò che ci viene incontro, che la complessità può emergere. Questo non è uno spazio comodo: è uno spazio instabile, carico di ambiguità, attraversato dal rischio, ma è anche l’unico luogo in cui qualcosa di nuovo può accadere.

Per questo l’incontro non è mai neutro. Non è mai innocuo. Incontrare significa lasciarsi modificare, spostare, talvolta ferire. Significa rinunciare, almeno in parte, al controllo. E proprio per questo l’incontro rende possibile il divenire, mentre la chiusura produce solo ripetizione.

La relazione, tuttavia, ha una traiettoria ancora più complessa e, potremmo dire, drammatica.

Noi nasciamo in relazione. Prima ancora di poterci pensare come individui, prima di poter

dire “io”, siamo immersi in un tessuto di legami. L’essere umano viene al mondo come

essere radicalmente dipendente: il suo corpo, la sua regolazione emotiva, la sua continuità

psichica sono inizialmente affidate all’altro. L’altro non è qualcosa che arriva dopo, non è

una variabile esterna: è la condizione originaria della nostra esistenza.

Questa dipendenza iniziale non è solo un dato biologico, ma una matrice esistenziale. Il

nostro modo di stare nel mondo, di fidarci o diffidare, di aprirci o difenderci, prende forma

all’interno di relazioni concrete. In questo senso la relazione non è semplicemente uno

spazio di scambio, ma un luogo di costituzione del soggetto.

Eppure, per poter crescere, dobbiamo anche separarci.

La vita umana si muove costantemente lungo questa tensione: da una parte il bisogno

dell’altro, dall’altra la necessità di differenziarsi. Nel tempo costruiamo identità, confini,

strutture personali, sociali e culturali che ci permettono di orientarci nel mondo. Linguaggi,

ruoli, categorie, appartenenze, istituzioni: tutto questo nasce con una funzione

profondamente vitale. Serve a rendere abitabile la complessità dell’esperienza, a darle una

forma, a contenerne l’angoscia.


Queste strutture non sono, in sé, un problema. Al contrario, sono ciò che ci consente di non

essere costantemente esposti alla vertigine. Ci aiutano a sapere chi siamo, cosa aspettarci,

come muoverci nel mondo.

Visti in quest'ottica, stereotipi, pregiudizi e semplificazioni, rispondono a un bisogno umano

profondo: ridurre l’incertezza, difendersi dal rischio di smarrimento, proteggere una

continuità della presenza.

La questione, dunque, non èse sia un bene o un male avere pregiudizi o stereotipi:, il

problema nasce nel momento in cui smettono di essere strumenti e diventano rifugi, quando

ciò che doveva orientare si irrigidisce e pretende di esaurire la realtà.

Da rogersiano, mi viene spontaneo partire da ciò che sento e il sentimento che prevale,

rispetto a quanto è emerso dal nostro convegno, è una grande tenerezza.

Una tenerezza per un essere umano che appare, da sempre, scomodo, mai del tutto

pacificato, mai pienamente soddisfatto. Un uomo e una donna continuamente divisi: tra

natura e cultura, tra infinito e simbolico, tra trascendente e immanente. Questa divisione non

è un incidente di percorso: è una condizione strutturale dell’umano. Ed è una condizione

esistenziale faticosa, spesso dolorosa.

Nasciamo, cresciamo e ci complessifichiamo proprio attraverso l’attrito con l'altro in quello

spazio “tra”.

È lì che impariamo, che soffriamo, che creiamo,ma è anche lì che vorremmo, talvolta, non

stare più.

In fondo, siamo in continua fuga dall’incertezza. Cerchiamo appigli, punti fermi, coordinate

che ci permettano di orientarci e di respirare. Nasciamo in relazione, ma cerchiamo presto di

costruire sicurezze: identità stabili, ruoli riconoscibili, istituzioni che ci dicano come si fa a

stare al mondo. Abbiamo una propensione quasi irresistibile a giudicare, a spiegare, a

classificare. Togliere pieghe al mondo,spiegarlo, è un modo per renderlo meno minaccioso.

E tuttavia, dall’altra parte, ci sentiamo costantemente presi per la giacchetta da una forza

che ci porta al dubbio. Una forza che incrina le certezze, che riapre domande, che ci ricorda

che nessuna spiegazione è definitiva. È una tensione che attraversa tutta la storia del

pensiero umano, ma anche la vita quotidiana di ciascuno di noi.

Il punto è che esiste l’altro,.ed è l’altro che ci mette i bastoni tra le ruote.

L’altro interrompe le nostre narrazioni, smentisce le nostre categorie, ci costringe a rivedere

ciò che davamo per scontato. Come possiamo osservare in ogni ambito — dalla biologia alle

scienze sociali, dalla psicologia alla storia — la natura stessa si sviluppa nella relazione. È la

presenza dell’altro che spinge ogni organismo, ogni soggettività, ogni cultura a crescere.

L’altro ci scomoda dalle sicurezze, ci costringe ad andare oltre le spiegazioni già date, oltre

le istituzioni che fino a quel momento ci avevano sostenuto. In questo movimento si iscrive

l’intera storia dell’umano: una storia fatta di tentativi di stabilizzazione e successive crisi, di

costruzioni simboliche e loro inevitabili incrinature.

Il problema emerge quando la paura dell’incertezza diventa dominante. Quando, invece di

tollerare la complessità, ci irrigidiamo. È allora che ci allontaniamo dall’altro, ci ritiriamo nelle

nostre convinzioni, producendo stereotipi e pregiudizi. Il pensiero si sclerotizza, la relazione

si impoverisce, e perdiamo qualcosa di essenziale: il potere creativo della differenza.

Qui il concetto di crisi della presenza elaborato da Ernesto De Martino diventa

particolarmente illuminante. La crisi si manifesta quando la natura — intesa come forza

eccedente, vitale, non completamente simbolizzabile — irrompe nel simbolico e lo manda in

frantumi. È il momento in cui le forme che avevamo costruito per reggere l’esperienza non

sono più sufficienti.


Di fronte a questa crisi, la tentazione è spesso quella di difendersi irrigidendo ulteriormente

le categorie, rafforzando le norme, escludendo ciò che non rientra. Ma così facendo

perdiamo proprio ciò che potrebbe rigenerare la presenza.

E allora come agire?Come reagire?Come rendere abitabile, e persino feconda, questa

complessità?

Una possibilità è cercare l’incontro e il dialogo con l’altro, ma come farlo senon possiamo

esimerci dal giudicare?

Qui il pensiero di Levinas offre un orientamento radicale. Il volto dell’altro non è mai

riducibile alle nostre categorie. È una chiamata che precede ogni conoscenza e ci interpella

eticamente, perché ci dice: “non uccidermi”, cioè non ridurmi, non annullarmi, non esaurirmi

nei tuoi schemi.

Rispondere al volto dell’altro significa accettare di essere messi in questione. Significa

rinunciare all’illusione di possedere la verità sull’altro. È un gesto che implica vulnerabilità,

esposizione, responsabilità,ma è proprio in quell’esposizione, in quella nudità che si

nasconde il potere creativo dell’essere umano: la capacità di tradurre il mondo in infiniti

modi, di generare significati nuovi, di immaginare forme di convivenza diverse. Quando

tendiamo a omogeneizzare le differenze, spesso in nome di una presunta sicurezza,

perdiamo questa ricchezza. Perdiamo presenza nel mondo, partecipazione, responsabilità.

Come ci insegna Rogers, è proprio nello spazio libero che riusciamo a creare tra noi e l’altro

che la complessità può essere armonizzata. Non eliminata, non risolta una volta per tutte,

ma abitata. Questo spazio libero non è assenza di regole, ma presenza autentica. È uno

spazio in cui il giudizio è sospeso, non per indifferenza, ma per rispetto dell’alterità.

Per abitare questo spazio, però, dobbiamo accettare un rischio fondamentale: incontrarsi in

mare aperto. Tollerare l’incertezza di stare di fronte all’altro nudi, senza appigli, senza

garanzie. È una nudità che espone, ma che rende possibile l’incontro reale.

Forse è proprio qui che si gioca la possibilità di una società più equa; non nell’eliminazione

delle differenze, non nella loro normalizzazione forzata, ma nella capacità di restare presenti

di fronte ad esse, di sostenere l’inquietudine che l’altro porta con sé.

Di scegliere, ogni volta, la responsabilità dell’incontro.

 
 
 

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